FERRUCCIO PIZZANELLI – Pittura ed arti applicate

2010-02-18

Sabato 20 febbraio 2010 apre a Palazzo BLU la mostra su Ferruccio Pizzanelli, artista pisano del secolo scorso, che inaugura un ciclo dedicato ad illustrare l’opera di autori locali di maggiore espressione.

La mostra è visitabile dal martedì alla domenica (lunedì chiuso) dalle ore 10.00 alle ore 13.30 e dalle ore 15.30 alle ore 18.00 ed è ad ingresso libero.

E’ possibile prenotare visite guidate di gruppo ed individuali a pagamento rivolgendosi a Impegno e Futuro, tel. 050/28515.

 

Ferruccio Pizzanelli

Ferruccio Pizzanelli frequentò la Scuola d’Arte di Lucca eppoi l’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove si diplomò orientandosi principalmente verso le arti applicate. Questa propensione lo portò nei primissimi anni del Novecento a dedicarsi intensamente alla lavorazione artistica del cuoio, ben evidente nel suo esordio pisano del 1904, dove nello studio di via S. Maria propose oggetti definiti “splendidi” e dal gusto aggiornato sugli esiti Jugendstil, che fecero dire al recensore di parer di trovarsi “nel cuore della Germania”, tanto i suoi decori fatti di “teste pensose di guerrieri medievali” e di “cavalcate antiche” attingevano a risorse diverse dalle solite rivisitazioni nostre.

Vinto poi nel 1906 a Milano, nella prestigiosa Esposizione del Sempione, il gran premo nel settore dei cuoi lavorati (d’ardita lavorazione a graffio e a sbalzo), l’anno dopo l’artista decise di stabilirsi nella capitale lombarda, divenendo direttore della ‘Società Italiana dei Cuoi Decorati’, cui tra l’altro applicava inediti sistemi di colorazione. La stampa specializzata cominciò ad occuparsi dei suoi lavori e con giudizi affatto lusinghieri, così che quando nel 1907 affiancò Galileo Chini negli arredi della celeberrima Sala del Sogno alla VII Biennale di Venezia, arricchendone gli addobbi con tende ed una serie di cuscini in cuoio “garbatamente incisi e colorati”. Nel 1913 Pizzanelli fece ritorno a Pisa, dove cominciò ad esporre anche quadri, con una rinnovata sensibilità per le sperimentazioni figurative che certo beneficiò di un suo lungo soggiorno a Torre del Lago (1916-1924), dove ebbe modo di conoscere e di frequentare l’ambiente artistico versiliese e pucciniano (Viani, Pea, Levy …), traendone partito per un affinamento dei suoi interessi pittorici, che fino ad allora erano stati meno approfonditi.

Furono quelli per Pizzanelli anni segnati da numerose partecipazioni espositive (Viareggio, Firenze, Torino, Livorno, Roma, Buenos Aires), dove egli, pur non disdegnando la riproposizione dei cuoi, cominciò ormai definitivamente ad imporsi in campo pittorico, con certi suoi quadri che tenevano dei temi di Levy – e talvolta anche dei colori – ma che sempre più si affrancavano dal falso impressionismo di certi latinucci giovanili, per imporsi invece per una originale e franca rilettura della tradizione pittorica toscana. Non a caso allora, a partire dagli anni Venti, la sua pittura venne esplicitamente riletta come articolata in una originale rilettura di Cezanne, ma con un fare “meno rude e più equilibrato”, che talvolta, per quel tono intimista e malinconico che spesso faceva da basso continuo alle sue composizioni, lo fecero definire come un “bizzarro impressionista”.

A partire dagli anni Trenta Pizzanelli, pur continuando ad esporre in tutta Italia (Viareggio, Napoli, Venezia, Firenze …), scelse Pisa come principale teatro della propria attività, proponendo una pittura che incontrò i favori del pubblico per quella sua vena accostante ed intimista che talvolta si volle genericamente interpretare come “poetica”, fatta di paesaggi luminosi e sorpesi, ma con una vena malinconica e pensosa. E non aveva torto, perché negli squadri costruttivi dei suoi paesaggi ben s’individuava una “saldezza architettonica” neoquattrocentesca, sì che “la forma si sent[iva] con la sua pienezza”, e Pizzanelli finì con l’essere interpretato come uno dei “veri primitivi di un nuovo classicismo”. Mentre le sue nature molte, bellissime, si sviluppavano in una saldezza plastica che le faceva parenti di certe di Oscar Ghiglia.

La sua fu una pittura di tono figurativo sostanzialmente estranea alle avanguardie, ma dove si espresse un gusto raffinato per la personale rielaborazione della pittura di Levy e Chini, non distante dai risultati del gruppo dei pittori del Novecento. Ma nel Nostro il passaggio dalle giovanili tessiture cromatiche del mare Tirreno scandite da donne e ombrelloni, alle più ostiche forme monumentali della maturità, fu ricomposto da un istinto autentico d’artista e da un garbo pittorico costante.

 

 

 

 

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