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L’Ente e la Cassa di Risparmio di Pisa:
origine storica, evoluzione e radicamento nel territorio

Grazie Presidente. Le domande emerse nelle relazioni precedenti e in particolare alcuni intercventi nel dibattito, in particolare quello del Presidente della Provincia dr. Nunes, attualizzano molto la storia, in quanto possono avere elementi di completamento nelle vicende delle origini.
Il 15 giugno 1834, vale a dire esattamente 165 anni or sono, ventinove illustri cittadini di Pisa *1* davano vita nel Palazzo comunale o “comunitativo”, come si diceva allora, all’assemblea istitutiva della Cassa di Risparmio della nostra città. L’assemblea era l’ultimo atto di un percorso iniziato quattro anni prima con la supplica *2* inviata al Granduca Leopoldo II (2 gennaio 1831) per richiedere l’istituzione anche a Pisa di una “Società Anonima per la Cassa di Risparmio”, affiliata alla “Cassa Madre”, ovvero alla Cassa di Risparmio di Firenze. La supplica era stata immediatamente accolta e già il 24 febbraio 1831 il Ministro Carlo Felici aveva risposto positivamente al Governatore della città e compartimento di Pisa. Varie difficoltà avevano ritardato l’avvio della Società, compresa la ricerca di locali idonei, fino a che lo stesso Granduca, in data 18 aprile 1834, non concesse l’uso gratuito di alcune stanze al piano terra del palazzo della Reale Azienda del Registro in P.zza S. Sepolcro *3*. I promotori non hanno difficoltà a trovare adesioni all’iniziativa e a raccogliere il capitale sociale necessario, ottenuto dalla sottoscrizione di 130 azioni da 10 scudi ciascuna (pari a 4,2 fiorini) *4*.
La qualificata cordata è aperta dall’Arcivescovo Monsignor Ranieri Alliata, dal Governatore Alessandro Galilei, dal Cancelliere del Sacro Militare Ordine di S. Stefano Federico de Fulger ed è formata dai migliori nomi della società pisana. Ogni socio versa uno scudo toscano a titolo di “donativo”, per fronteggiare le prime spese di avviamento dell’attività.
Se queste sono le date di inizio della storia della cassa di Risparmio di Pisa, l’avvenimento si colloca in un più vasto fenomeno e accompagna lo sviluppo economico europeo tra Settecento e Ottocento, vale a dire in coincidenza con le trasformazioni strutturali provocate dal processo di industrializzazione e con l’avvertita esigenza di trovare uno strumento capace prima di tutto di educare la popolazione al risparmio.
Le prime casse di risparmio settecentesche sono molto lontane dalle finalità istituzionali future: esse assomigliano più ad “organizzazioni finalizzate alla raccolta di elemosine da parte di benestanti per la costituzione di fondi per il funzionamento delle strutture sociali di supporto alla collettività nella lotta alla miseria e all’accattonaggio” *5* , piuttosto che ad enti creditizi. Le Casse potranno - si legge in un opuscolo del 1822 diffuso nel Lombardo Veneto - “provvedere un figlio, maritare una figlia, procurare a se stessi una vecchiaia libera da affanni” *6*.
All’intento che vede le prime casse come istituti nati per la beneficenza si sovrappone, in Toscana in particolare, l’intento filantropico, vale a dire non solo la creazione di organizzazioni idonee per combattere la miseria, l’accattonaggio, la fame, ma aventi anche intento educativo, dove l’obiettivo diviene abituare la popolazione al risparmio, dotare la società di uno strumento capace di interrompere alla domenica il tragitto tra la Chiesa e l’osteria. Non è infatti casuale che molte delle Casse ottocentesche inizialmente aprissero lo sportello la domenica mattina per raccogliere i versamenti, mentre per il ritiro dei depositi l’orario previsto fosse il mercoledi dalle ore 11 alle ore 13: per i depositi si favoriva il giorno di riposo, in un orario che interrompesse il circuito tra la Santa messa domenicale e la sosta in osteria; per il prelievo si prevedeva l’orario più scomodo possibile e cioè l’interruzione della giornata lavorativa a metà settimana per chi era impegnato nel lavoro dei campi o era occupato nella bottega o in qualsiasi altra attività *7* .
Accanto alle due tipologie accennate, vale a dire Casse istituite per combattere la piaga della miseria e Casse istituite con intenti educativi e filantropici, vi sono anche le Casse promosse dai governi stessi come strutture a sostegno della finanza pubblica. Pertanto mentre le prime rappresentano i più semplici meccanismi di assistenza alla povertà e all’accattonaggio, le seconde recepiscono appieno le istanze di filantropia tipiche del movimento riformatore di ancien régime, in grado di stimolare la raccolta del piccolo risparmio quale strumento di tutela sociale per le classi meno abbienti, le ultime rappresentano vere e proprie istituzioni creditizie di supporto alle casse dello stato, centri di raccolta del piccolo risparmio finalizzato a finanziare la spesa pubblica.
Se questo è nella genetica delle Casse, solo la seconda e la terza tipologia si affermano in Italia da quando nel 1822 nacquero le prime Casse di Risparmio a Venezia, Udine, Padova e Rovigo, cui seguirono rapidamente altri enti analoghi, fino a quella di Firenze del 1829, di Pisa tra il 1831 e il 1834, di Lucca nel 1835, di Roma nel 1836 e via di seguito, in una diffusione che coinvolge tutte le province del Centro e del Nord d’Italia, mentre al Sud permangono ancora per altri decenni i Monti frumentari. Le Casse in Italia nascono in ritardo rispetto alla Francia, all’Inghilterra, all’Austria, conseguenza dell’arretratezza nella formazione industriale del nostro Paese e quindi nel più lento processo di formazione del capitale *8*.
A Firenze padre Eusebio Giorgi e Luigi Fornaciari, il primo direttore dell’Osservatorio Ximeniano, professore di fisica e matematica, amico di Cosimo Ridolfi, il secondo autore di numerosi opuscoli attorno alle condizioni sociali delle popolazioni, tra le quali Ragionamento sulla povertà (edito a Firenze nel 1841), predicano la necessità delle casse di risparmio quali strumenti educativi al risparmio, coinvolgendo la buona borghesia e la nobiltà delle principali città della Toscana Granducale.
La Cassa di Risparmio di Pisa, che nasce quale affiliata alla Cassa di Firenze, come si legge nel Manifesto alla città del 28 novembre 1834 firmato dal primo Presidente cavaliere Lelio Franceschi *9* , ha nel proprio atto d’origine scopi educativi e filantropici: “ il bracciante industrioso, che a capo del giorno o a capo della settimana poteva risparmiare piccole somme, non trovava chi per la loro tenuità le prendesse ad imprestito fruttifero. Ritenendole nelle proprie mani, ed esposto spesso alla tentazione di dissiparle, difficilmente poteva abituarsi all’ordine, all’economia, alla vittoria di quelle voglie meschine che, soddisfatte, ripullulano più pertinaci che mai”. Per evitare lo sperpero ed abituare all’ordine, la Cassa è “salutare ordigno educatore del Popolo”, che intende correggere “la scostumatezza”, il gioco, l’osteria, l’ozio, la dissipazione, ...il lusso sempre fatale e disdicevole, “il pericolo di farsi torre il danaro dagli scaltri”. Accanto a tutte le considerazioni moraleggianti ed educative, la possibilità di far crescere i propri risparmi al tasso del 4% annuo, come previsto nel Regolamento della Cassa, rappresenta un ulteriore elemento di persuasione.
Le finalità non coinvolgono il governo: si tratta di una società di privati mossi da superiori intenti educativi e filantropici, guidati dal Presidente e dal primo Direttore, Luigi Frassi, persone impegnate nel tessuto formativo e sociale della comunità locale.
Comunque, da qualsiasi angolatura le si guardi, nelle origini delle casse di risparmio predomina il loro ruolo di attività bancarie nonprofit, specialmente nelle città della provincia italiana.
Se queste sono le caratteristiche principali della nascita, nell’economia di questa giornata di studio due possono essere gli elementi principali per l’interpretazione della storia della nostra Cassa di Risparmio: il primo è relativo alla ricostruzione dello sviluppo dell’attività, il secondo definisce i passaggi e le modificazioni istituzionali e statutarie, centrali e periferiche. La scelta costringe a sacrificare una più approfondita, quanto stimolante riflessione sul rapporto tra storia della Cassa e storia economica della città di Pisa, sui personaggi che nella lunga vita dell’ente sono stati e sono protagonisti di molte vicende, sugli interventi nel campo delle attività produttive, della cultura, nel recupero e o nella valorizzazione del patrimonio artistico.
Data la sua specifica genesi di banca per i poveri, di conseguenza i depositi dovevano essere di importi estremamente modesti*10* e gli affidamenti a privati non erano previsti. Dopo poco più di un mese dalla sua inaugurazione la Cassa aveva raccolto più di 14.000 lire in 475 libretti al portatore: un anno dopo i libretti erano 1456 e i depositi sfioravano la cifra di 150.000*11* . La raccolta dei risparmi cresce e la Cassa conquista subito fiducia tra la popolazione, nonostante la precarietà economica e politica dei decenni Trenta e Quaranta del XIX secolo.
La prima modifica di Statuto è a pochissimi anni di distanza dalla nascita, 1837, quando viene introdotta la possibilità di depositi pupillari, sottoposti al tribunale civile di prima istanza.
L’aumento del volume dei depositi significa che lo scopo educativo è subito raggiunto? Una attenta analisi delle fonti porta a concludere che accanto ai piccoli risparmiatori, tra i titolari dei libretti si celassero anche esponenti della media e alta borghesia che, utilizzando come prestanome i propri domestici, mettevano a frutto i loro risparmi fino al massimo di deposito consentito, anziché tenerli infruttiferi nei forzieri dei propri palazzi.
L’aumento della raccolta fatica a trovare un altrettanto veloce adeguamento sul fronte degli impieghi. A norma di Statuto le attività della Cassa sono orientate esclusivamente a finanziare la pubblica amministrazione attraverso la sottoscrizione di titoli. E’ lo scopo istituzionale di un organismo nato nel tessuto territoriale, con obiettivo la valorizzazione della società locale, dove si presenta l’opportunità o la necessità di sostenere la realizzazione di opere pubbliche e la Cassa di Pisa - come gli altri analoghi istituti - diviene uno strumento essenziale per il finanziamento della bonifica dei terreni, della costruzione di strade, acquedotti, ponti e via di seguito.
La dinamica dei depositi nei primi anni - dopo una battuta d’arresto provocata dalla carestia del 1846-47 e dalle sue ripercussioni sui redditi agricoli - in conseguenza di una crisi bancaria generalizzata - cresce rapidamente e, a più riprese, gli amministratori pisani avanzano al governo la richiesta di poter erogare parte degli utili realizzati in beneficenza a Pisa, anziché versarli alla Cassa madre di Firenze. L’autorizzazione governativa non venne concessa e nel 1853 gli amministratori della Cassa di Pisa chiesero al governo di separarsi dalla Cassa di Firenze. L’11 settembre 1856 l’autorizzazione all’autonomia venne concessa e con il 1° gennaio 1857 la Cassa di Risparmio di Pisa si distacca dalla Cassa Centrale di Firenze. La piena autonomia di gestione significava, conseguentemente, una maggiore capacità di attirare depositi per una migliore valorizzazione del risparmio privato. Tra i primi atti in regime di autonomia fu iscritta l’erogazione in pubblica beneficenza degli utili, quando questi avessero raggiunto la somma di 60.000 fiorini (lire 84.000), portata a 100.000 nel 1860*12* . Tra il 1859 ed il 1860, in coincidenza con le tappe di realizzazione dell’unificazione nazionale, la nostra Cassa entra nel complesso del sistema del nuovo Regno d’Italia.
Considerate istituti di beneficenza la legge del 20 novembre 1859 sottopone le Casse all’autorità del Ministero degli Interni.
Appena completata l’Unità prevalse l’opinione di distinguere le Casse di risparmio sulla base della loro diversa fisionomia statutaria, per cui nel 1862 alcune vennero qualificate come enti commerciali ed affidate di conseguenza al ministero economico dell’Agricoltura Industria e commercio, altre furono considerate enti morali di beneficenza e rimasero pertanto sotto il Ministero degli Interni. La distinzione teneva conto delle origini, nella tipologia iniziale individuata. Un nuovo provvedimento di legge del 1864 portò tutte le Casse di Risparmio italiane sotto la vigilanza del Ministero dell’Agricoltura, Industria e commercio, facendo prevalere l’opinione che esse fossero da considerare imprese commerciali, piuttosto che enti morali, ma di fatto rimase l’incertezza sulla natura delle Casse, o almeno sulla differente natura tra di esse, principalmente distinte tra imprese commerciali o enti morali di pubblica utilità.
Proprio nel 1864, nel mezzo del dibattito appena accennato, la sede della nostra Cassa in Piazza San Sepolcro era divenuta insufficiente e gli uffici si trasferivano in Piazza San Felice, nell’edificio acquistato dall’Opera della Primaziale e ristrutturato tra il 1886 ed il 1890 con la spesa di Lire 165.000 *13*.
Nel 1870 la raccolta dei depositi sfiorava i 3,7 milioni di lire *14*, in circa dieci mila libretti e la Cassa - nel registrare una costante fase espansiva - era obbligata ad incamerare il Monte Pio *15* della città che, diversamente, versava in condizioni economiche e finanziarie piuttosto critiche.
Il 1877 è un anno importante per il cambiamento che viene impresso all’attività della Cassa e per la prima vera modifica istituzionale della Società. Accanto all’aumento del capitale sociale da 100 a 200 mila lire, la natura della società da Cassa di risparmi a favore delle classi meno abbienti, diviene “Istituto di previdenza e di credito di fondazione privata” avente scopo di beneficenza. Nella medesima modifica di statuto vengono aboliti i limiti massimi ai depositi, mentre rimangono estremamente modesti i limiti minimi, vale a dire che non potevano essere inferiori alla lira; soprattutto viene notevolmente ampliata l’operatività della Cassa che può ora effettuare impieghi in mutui a pubbliche amministrazioni, mutui con garanzia fondiaria, prestiti per via di cessione o pignoramento di crediti ipotecari con il consenso del debitore; sono autorizzate anticipazioni contro depositi di merci, viene introdotto il servizio di custodia di valori e titoli, è autorizzata l’erogazione di mutui con pegno di titoli di credito quotati in borsa o obbligazioni e cartelle di debito dei comuni, province, anche se non quotate in borsa. La Cassa può esercitare prestiti su pegno, in conseguenza dell’assunzione dell’operatività del Monte Pio. Nell’articolo 18 dello Statuto è prevista la salvaguardia delle somme depositate : “non è ammesso in verun modo a favore dei Terzi il sequestro delle somme depositate alla cassa di Risparmio e dei frutti delle medesime”.
Le modifiche statutarie del 1877 testimoniano come la cassa abbia ormai assunto un ruolo economico e finanziario tale da richiedere un coerente adeguamento con la sua funzione nel mercato.
Tutta la normativa che riguarda le Casse viene ripresa, corretta e definita nella legge del 15 luglio 1888, in base alla quale le Casse divengono istituti ordinari di credito e vengono messe in condizione di operare con strumenti più idonei alle loro funzioni di promozione per l’economia locale. La legge era stata da tempo invocata invocata soprattutto dalle Casse stesse che ormai hanno acquisito un ruolo fondamentale nel mercato dei capitali per dare sostanza al processo di crescita e di industrializzazione dell’Italia unita. Nel 1876 - solo per riportare qualche dato - l’ammontare dei depositi presso le Casse e i Monti di Pietà corrispondeva al 12,5 % del reddito nazionale, mentre le banche ordinarie raccoglievano non più del 5%. A Firenze, nel 1885, si svolge il I° congresso nazionale delle Casse di Risparmio: la categoria è in subbuglio anche perché circola un progetto di legge che intende costituire la Cassa nazionale per le pensioni della vecchiaia attraverso la raccolta dei due decimi degli utili netti delle Casse di Risparmio italiane: l’accusa è allo Stato che intende supplire con l’attività delle Casse di Rispamrio alle carenze economiche del sistema.
La legge del 1888 impone l’adeguamento statutario che avviene puntualmente nel 1889. Con esso la Cassa di Pisa conferisce maggiori poteri al Consiglio di amministrazione, autorizzato a contrarre “prestiti momentanei e a prendere tutte le misure straordinarie che reputi necessarie al puntuale adempimento degli obblighi di cassa”; precendemente a tale clausola, nello statuto era prevista solo l’emissione di pagherò scontabili presso la Banca di sconto. La legge introduce una specifica previsione rispetto alla destinazione dell’utile, e lo statuto stabilisce che “la Cassa deve sempre destinare i 9/10 degli utili netti alla formazione e all’incremento di una massa di rispetto. L’altro decimo, o anche una parte maggiore, non oltre i 2/10, una volta che la massa di rispetto sia giunta e si mantenga uguale a 1/10 dell’ammontare dei depositi ricevuti può essere assegnato ad opere di beneficenza o di pubblica utilità”. Il Regolamento interno che accompagna le modifiche allo Statuto del 1889, contiene anche il primo regolamento per le pensioni dei dipendenti della Cassa: occorrevano 40 anni di servizio per aver diritto alla pensione, oppure 65 anni di età e almeno 20 di servizio.
Il trend operativo della Cassa di Pisa segue intanto l’andamento nazionale e il peso che le Casse assumono nel sistema bancario nazionale nel periodo del decollo tra XIX e XX secolo: all’inizio degli anni Ottanta le Casse rappresentavano il 42 per cento dell’attivo globale di bilancio degli istituti di credito ordinario, nel 1894 avevavano superato il 50% ed il 53 nel 1897 *16* . L’affermazione è più elevata nella crescita della raccolta dei risparmi, mentre più lento è l’ampiamento delle modalità di impieghi. Crescono comunque gli impieghi in titoli che nel 1880 rappresentano il 46% dell’attivo, contro il 20 % in crediti chirografari ed ipotecari, con prevalenza verso i cosidetti corpi morali (province, comuni e altri); nei primi anni del Novecento gli impieghi in titoli sono attorno al 56% dell’attivo, mentre la concessione di crediti a privati e corpi morali è appena del 16%; ancora di scarso rilievo rimane l’impiego in crediti commerciali, costituito soprattutto da sconti cambiari, indicatore significativo del lento affermarsi del commercio e dell’industria.
Per la nostra città la spinta della cassa fu per l’identificazione del ruolo di promotore dello sviluppo. La vocazione verso il territorio si accentua quando la Cassa di Risparmio di Pisa aprirà la sua prima agenzia nel 1904. L’inaugurazione della nuova stagione coincide e deriva dall’introduzione di nuove operazioni di notevole significato operativo, quali l’attivazione dei conti correnti con garanzia fondiaria, i conti correnti su pegno di titoli, le operazioni di credito agrario a norma delle leggi vigenti. All’art. 16 dello Statuto approvato con R.D. 7 aprile 1904, il Consiglio d’amministrazione “ ha facoltà di stabilire che la Cassa riceva anco depositi in conto corrente con servizio di assegni (cheques) ma con frutto sempre inferiore a quello tempo per tempo fissato per i risparmi”. L’articolo 74 prevede per la prima volta la possibilità di stabilire “casse filiali”: “La Cassa può avere una sola specie di casse filiali, le quali devono funzionare come uffici d’incassi e di pagamenti e possono ricevere dal Consiglio anche altri incarichi, sempre sotto l’immediata dipendenza e per conto della Cassa Madre”. E’ la svolta che porta la Cassa ad una lenta espansione operativa nel territorio della provincia: la prima filiale è aperta appunto a Lari nel 1904 .
Nel 1907, mentre il Paese è coinvolto in una pesante crisi finanziaria, dai cui effetti la Cassa di Pisa sembra esente, il direttore Curini Galletti propone un notevole ampliamento dell’operatività che viene recepito nelle contestuali modifiche di statuto, ampliamento tra cui l’erogazione di mutui per favorire la costruzione e l’acquisto di case popolari, sconti di fatture ai produttori agricoli, sovvenzioni speciali all’agricoltura, assunzione di esattorie e di ricevitorie provinciali e servizio di cassa per pubbliche amministrazioni ed altri enti morali. Nel medesimo statuto viene introdotto il libretto per il piccolo risparmio che non può superare le 1000 lire. Se si inserisce a statuto un articolo di ristabilimento del piccolo risparmio, significa che l’originaria funzione di banca dei poveri era ormai stata ampiamente superata ed andava pertanto recuperata.
Il ruolo della Cassa nell’economia locale è ormai ampiamente consolidato, come assestata è la collocazione istituzionale delle Casse nel sistema bancario nazionale.
Nel 1909, approfittando dei lavori di sventramento di Via dell’Arancio in correlazione con i lavori alla Sapienza, gli amministratori decretano l’acquisto di Palazzo Ricci, demolito e ricostruito durante gli anni della prima grande guerra, poi inaugurato il 14 novembre 1920 dal Presidente Giovanni D’Achiardi *17*. La nuova sede rappresentò un punto di partenza per la crescita dei depositi e del patrimonio, mentre l’Italia viveva drammaticamente il passaggio dalla guerra alla pace. Le Casse acquisivano spazi crescenti: nacque l’Associazione fra le Casse di Risparmio e poco dopo l’Istituto di Credito delle Casse di Risparmio Italiane.
Erano anni intensi e le modifiche statutarie si susseguono nel 1921 (R.D. 11/8/1921), nel 1926 (R.D. 29/07/1926) e nel 1929 (R.D. 30/5/1929), mentre la Cassa apre le filiali di Pontedera (1921), Buti (1922), Marina di Pisa e Vecchiano (1927), Vicopisano (1931). Gli statuti del 1926 e del 1929 risentono del particolare momento di dibattito nazionale sul sistema bancario. Nel 1926 viene stabilita l’assunzione di esattorie e ricevitorie provinciali e comunali della Toscana, con compartecipazione al loro esercizio. Viene statuito il risconto del portafoglio, vengono regimentati il servizio di cassa e di corrispondenza con Casse di Risparmio, banche di emissione e Istituti di crediti. Tra il 1929 ed il 1939 si susseguono altre quattro modifiche di statuto, tutte importanti e tese ad adeguare la Cassa all’evoluzione della normativa nazionale sulle banche e sul credito (conseguente alle leggi bancarie del 1926 e del 1936). Le Casse di prima categoria e i Monti di credito sono regolate dal testo unico approvato con R.D. 25 aprile 1929 (n° 967) e dal Regolamento approvato con R.D. 5 febbraio 1931 e modifiche successive, in particolare nel 1938. Le Casse di risparmio possono costituirsi sotto forma di Federazioni o di Corporazioni.
La Cassa di Pisa nello statuto del 1929 fa parte della Federazione delle Casse di Risparmio della Toscana e può partecipare anche ad altri Istituti di credito, di pubblica utilità e di previdenza, come previsto nell’art. 17. Con lo statuto del 1929 se rimangono sostanzialmente immutate le operazioni di raccolta, compaiono nuove operazione sul fronte degli impieghi. Il Comitato, eletto a cura del Consiglio di Amministrazione composto da Presidente, Vicepresidente, Direttore e da due consiglieri, viene introdotto nello Statuto del 1939, quando viene anche statuita la possibilità di curare la compra di titoli e di valute per conto terzi.
A cento anni dalla sua nascita la Cassa registrava oltre 110 milioni di lire di deposito e il patrimonio aveva superato i 10 milioni dell’epoca, mentre la curva degli utili riempiva di soddisfazione gli amministratori e i soci. Nuove filiali venivano aperte a Uliveto Terme, Pontasserchio, Riglione, Metato, Ripafratta, Migliarino e Tirrenia, ampliando l’operatività e la penetrazione della Cassa nel territorio della provincia.
I difficili anni della IIa grande guerra colpirono duramente l’economia e la società pisana: la Cassa non ne andò esente, rimanendo coinvolta nelle distruzioni belliche. La sede di piazza Dante rimase quasi illesa, mentre attorno regnavano macerie e distruzioni *18* e il nuovo presidente di nomina prefettizia, Arnaldo Dello Sbarba, ebbe il non lieve compito di guidare la riorganizzazione della Cassa. Nel 1951al nuovo presidente spetta l’aver impresso una forte accelerazione alla presenza della Cassa nel territorio e alla ripresa postbellica, consolidata nel lungo periodo della crescita economica del nostro Paese tra il 1951 ed il 1971. Nei dieci anni successivi alla fine della guerra furono erogati quasi due miliardi di mutui ipotecari a privati e oltre un miliardo di lire in mutui chirografari a enti pubblici; i depositi nel medesimo intervallo passarono da circa 500 milioni a quasi 8 miliardi. Vengono aperte nuove filiali in città e nella provincia, mentre sul fronte istituzionale le mdifiche statutarie si succedono nel 1948, 1956, 1962 e 1972.
Lasciando ad altra analisi i risultati produttivi degli ultimi decenni, il nuovo statuto del 1983 (15 novembre) ridefinisce l’assetto del capitale della Cassa: il patrimonio, costituito dal fondo istituzionale, dal fondo risparmio partecipativo, dai fondi di riserva e da altri eventuali fondi, è suddiviso in quote del valore nominale di 100.000 lire ciascuna. Vengono introdotte le quote di risparmio partecipativo, rappresentate da titoli al portatore. Le quote danno diritto ad una parte degli utili e in caso di liquidazione della Cassa, conferiscono il diritto al riparto del patrimonio e il diritto di partecipare all’assemblea. La responsabilità dei partecipanti è limitata all’ammontare delle quote possedute. Vengono apportate altre modifiche sul numero dei componenti il Consiglio d’amministrazione (da 5 a 11 o 12 componenti), il Comitato viene ad essere composto da Presidente, Vicepresidente e da tre membri nominati dal C.d.A. tra i soci, vengono definite nuove forme di operazioni e indicati i nuovi limiti degli impieghi in relazione all’ammontare dei depositi (5/10 a riserva, 5/10 al fondo istituzionale e ai portatori di quote di risparmio partecipativo. Gli utili di pertinenza del fondo istituzionale possono essere destinati ad opere di beneficenza nella misura dei 5/10).
L’ultima rivoluzione deriva dalla legge 30 luglio 1990, la fatidica legge Amato, le cui applicazioni ed implicazioni di lungo periodo conducono direttamente alla riflessione di oggi. Ad essa seguì la modifica statutaria del 1992 che definisce la nascita della Cassa di Risparmio di Pisa S.p.A. *19* avente per oggetto sociale l’esercizio del credito nelle sue varie forme. La Spa nasce dal conferimento dell’azienda bancaria da parte della Cassa di Risparmio di Pisa, la quale diviene l’Ente Cassa di Risparmio di Pisa. La società entra nel gruppo Casse Toscane S.p.A. Il decreto del Ministero del Tesoro che istituisce l’Ente è datato 7 aprile 1992 (n° 435459) ne definisce gli scopi e le attività. Il decreto proclama la continuità degli scopi della Cassa di risparmio originaria, per cui l’Ente persegue finalità di interesse pubblico e di utilità sociale, con riferimento ai settori della ricerca scientifica, della sanità, dell’arte e anche con erogazioni di beneficenza, assistenza e tutela delle categorie sociali più deboli, per contribuire allo sviluppo sociale e culturale del territorio ove ha operato la Cassa originaria *20*.
Nel 1995 nasce la nuova holding “Casse del Tirreno Spa”, in cui vengono conferite le quote in precedenza collocate nella holding Casse della Toscana.
Ma qui lo storico lascia ogni spazio o all’economista sul piano dell’analisi attuale sull’andamento produttivo e finanziario o all’esperto giurista sulla configurazione e sulle implicazioni derivanti dalle normative in merito degli ultimi anni.

Ciò che resta nel lungo periodo dell’analisi storica è la constatazione che la Cassa di Risparmio di Pisa ha svolto un ruolo significiativo nello sviluppo economico, sociale e civile di una città come Pisa e della sua provincia. Gli scopi e le finalità indicate nel decreto ministeriale dell’Ente sono in buona sostanza il riconoscimento delle specificità per una città in qualche modo speciale, vale a dire caratterizzata nei settori di terziario avanzato: la ricerca e l’alta formazione e la sanità, appunto le tre università pisane, l’azienda ospedaliera e quindi il tessuto produttivo della provincia dalle industrie metalmeccaniche al settore del cuoio, fino alla produzione di energia.
Ricomponendo il filo conduttore della storia della Cassa, poi divenuta Ente Cassa di Risparmio, si può concludere come essa sia stata vocata nei 165 anni trascorsi dalla sua nascita ad essere prima il salvadanaio dei poveri per diventare poi un elemento importante per la formazione e per la disponibilità della risorsa capitale nel processo di sviluppo dell’economia locale, orientata particolarmente verso la piccola impresa, coerentemente con la caratteristica storica della città e della provincia.
L’elemento che attraversa tutta la sua storia, sia quando era salvadanaio dei poveri, sia quando diviene importante strumento per l’esercizio del credito, resta la vocazione costante e continua di sostengo al patrimonio culturale, scientifico e artistico della nostra terra. I momenti più significativi sono quando calamità naturali o eventi bellici colpiscono il patrimonio produttivo e culturale e sono anche quando vengono finanziate realizzazioni nel settore della sanità, come ad esempio il contributo di 50.000.000 nel 1951 per la costruzione del nuovo pronto soccorso a Santa Chiara, di Lire 120.000.000 agli Istituti riuniti di ricovero di Pisa, o l’acquisto di complesse apparecchiature per la ricerca in quegli e negli anni successivi.
L’eredità che ci giunge direttamente dal passato riguarda appunto la funzione della banca locale quale strumento importante per la salvaguardia, il recupero o la valorizzazione non solo del patrimonio artistico e culturale, quanto per la promozione o la difesa di una migliore qualità della vita in molti aspetti della vita sociale. Sarebbe un grave danno smarrire quel filo conduttore e disperdere ciò che è non solo patrimonio significativo quale derivato di 165 anni densi di eventi, quanto è prezioso custode di una fervida tradizione di valori nella vita economica, culturale e civile di Pisa e della sua Provincia.


Tommaso Fanfani
Università degli studi di Pisa

 

Note

*1* Si tratta dei cavalieri Lelio Franceschi, Giovanni Carmignani, Gaetano Prini, Carlo Du Tremoul, Francesco Chigi, dei dottori Ranieri Apolloni, Giuseppe Guidi, Luigi Frassi, Antonio Giorgi, Benedetto Frettoni, del professor Ippolitio Rosellini, dei signori Ranieri Miliotti, Gio.Battista Del Corso, Antonio Simonelli, Pietro Querci, Ranieri Palamidessi, Pietro Ruschi, Clemente Scrivere, Giuseppe Maria Becattini, Antonio Bernardi, Francesco Frassi, Giorgio Gianetti, Torpé Mattei, Baldassare Ranieri Passerini, Salvadore Colombini, Ridolfo Castinelli, degli avvocati Vincenzo landucci, Lorenzo Meazzuoli e del cavaliere maggiore Lorenzo Bartolozzi, cfr. ASCRP(Archivio storico della Cassa di Risparmio di Pisa), Libro dei soci, 15 giugno 1834. <torna al testo>

*2* La supplica era stata inoltratta da Giovanni Carmignani, Teodoro Tausch, Lelio Franceschi, Ranieri Apolloni, Giuseppe Bertacchi, Pietro Veneosi Pesciolini, Antonio Pazzini. <torna al testo>

*3* Cfr. R. Bernardini, Notizie storiche sulla cassa di Risparmio di Pisa, p. 89 e ss., in Cecchella - R. Bernardini, Oltre il 150. Un secolo e mezzo nella vita socio-economica della provincia, Pisa, 1984. <torna al testo>

*4* II 15 giugno 127 soci fondatori sottoscrivono le azioni per il totale di 5460 fiorini, pari a 7.644 lire dell’epoca; 124 soci sottoscrivo una sola azione ciascuno e 3 due azioni; ivi, p. 97. Nello Statuto il numero dei soci ordinari viene limitato a cento. Ogni socio ha un voto. <torna al testo>

*5* T. Fanfani, L’Ottocento italiano, p. 26-27, in Le casse di risparmio ieri e oggi, Atti del Convegno internazionale di studi, Torino, 13 novembre 1995, Torino, 1996. Le prime casse dotate di effettiva operatvità nascquero in Germania e in Svizzera: ad Amburgo la Cassa di risparmio della città fu fondata nel 1778, ad Oldenburg nel 1786, a Kiel nel 1796, a Berna nel 1787 e a Ginevra nel 1789 <torna al testo>

*6* Sull’utilità dell’istituzione delle Casse di risparmio, parole di un filantropo a tutti i genitori, curati, maestri di scuola, padroni di casa, di fabbrichee di negozi, <torna al testo>

*7* A Pisa versamenti e prelievi per regolamento potevano essere effettuati la domenica, mentre a Lucca i versamaneti la domenica e il mercoledi, i prelievi soltanto il mercoledi; cfr. T. Fanfani, Origini e sviluppo della Cassa di Risparmio di Lucca. Banca e territorio in 150 anni di storia economica, in Cassa di Risparmio di Lucca 150 anni, Lucca, 1987, pp. 197 - 401. <torna al testo>

*8* Nel 1838 si contavano in Italia soltanto quindici Casse di Risparmio, nel 1860 erano salite a 91 e a 187 nel 1915; cfr. C. Bermond, Introduzione, in Le Casse di risparmio ieri ed oggi, cit., p. 21. <torna al testo>

*9* In molte filiali e agenzie della Cassa di Pisa, se non in tutte, è oggi esposto il Manifesto del 1834. <torna al testo>

*10* Il minimo dei depositi era fissato in un decimo di fiorni (quattrini 10, pari a L. 0,14); il massimo in fiorini 20 (paoli 50, pari a 28 lire italiane); cfr. La Cassa di Risparmio di Pisa, a c. di P. C. Santini, Pisa, 1968, p. 14. <torna al testo>

*11* Sui dati statistici, v. La Cassa di Risparmio di Pisa Cenni storici, cit. pp. 13 e ss. <torna al testo>

*12* Cfr. La Cassa di Risparmio di Pisa. Cenni storici, cit. P. 14. <torna al testo>

*13* Cfr. La Cassa di Risparmio di Pisa. Cenni storici, p. 14 e 15. <torna al testo>

*14* L’importo a lire 1998 è pari a .......... <torna al testo>

*15* Il Monte Pio era stato fondato a Pisa nel 1494. <torna al testo>

*16* C. Bermond, op. cit. p. 21 <torna al testo>

*17* La Cassa di Risparmio di Pisa, , cit., p.15. <torna al testo>

*18* Erano andati distrutti nella città di Pisa circa 25.000 vani di abitazioni, oltre il 30% del patrimonio edilizio cittadino, cfr. Il contributo della Cassa di risparmio di Pisa per la ricostruzione nel decennio 1946-1955, Pisa, V. Lischi e figli, <torna al testo>

*19* La Caripisa spa ha capitale sociale per 153.200.000.000 lire, divise in 15.225.000 di azioni ordinarie e 95.000 azioni di risparmio del valore nominale di L. 10.000.000 <torna al testo>

*20* L’Ente può conferire parte della partecipazione nella società conferitaria - anche perdendone il controllo - in una società finanziaria (holding) di matrice bancaria ed a controllo pubblico ai sensi della legge “Amato” (n° 218 dd. 30 luglio 1990 e deml DL 356/1990). Conseguentemente l’Ente può amministrare la partecipazione nella società conferitaria e nella società finanziaria che la controlla. <torna al testo>

 

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